Un’interessante  incontro culturale si è svolto ad Aragona domenica sera 20 settembre, organizzato dai più stretti collaboratori in Sicilia di Mons. Jean Marie Gervais, Prefetto Coadiutore del Capitolo Vaticano, ovvero dall’Avv. Calogero Antonio Pennica di Ravanusa, dal security manager Vincenzo Chiapparo di Aragona, e dal M.G.R Piparo Pino al fine di promuove la “mission” dell’Associazione Tota Pulchra che fa capo a Mons. Gervais.

Come la musica, l’architettura, la pittura, e le altre manifestazioni artistiche , anche l’arte celebra la divinità e ciò è possibile perché dalla fede, che si alimenta nell’artista, scaturisce la divina scintilla che dà origine alla creazione dell’opera letteraria.

La creazione artistica come via per raggiungere l’infinito e la trascendenza. Un viaggio tra i più celebri artisti del passato alla riscoperta del più profondo significato dell’atto creativo.

I partecipanti dopo il dibattito hanno cenato e sono stati deliziati dalle note del gruppo musicale di Ravanusa “FoneKica live band” di Giuseppe Sanfilippo, Franco Vaccaro, Gino Erba, Franco La Mendola e Gero La Greca.

 


 

Discorso dell’ Avv. Pennica Calogero Antonio in occasione dell’incontro dibattito svoltosi ad Aragona (Ag) per promuovere la “mission” di TOTA PULCHRA

La fede, l’arte, la testimonianza della parola divina e della parola umana hanno al loro interno un seme di eterno, un germe d’infinito, una dimensione che li precede e li eccede, li supera.

L’artista in un certo senso, come il profeta, ha dentro di sé una voce che viene dall’oltre, dall’alto;

La santità e la bellezza che s’incrociano non come realtà estrinseche ma quasi come fossero tra di loro sorelle.

Noi sappiamo che si usa un unico termine, per indicare due realtà che sono simili, ma anche profondamente diverse tra di loro.

Ad esempio, si parla di «ispirazione» delle scritture della parola di Dio.

La parola delle scritture è ispirata, ma questo stesso termine non viene forse usato anche per parlare dell’ispirazione artistica?

 È curioso evidenziare come, per esempio, nelle scritture nel capitolo XXV dell’Esodo si parli di Besalèl «l’artigiano, l’artista» che costruì l’arca e il tempio mobile del deserto quando gli ebrei, in marcia, lasciavano il dramma della schiavitù d’Egitto.

 Nel primo libro delle Cronache al capitolo XXV, si parla dei musicisti, dei cantori del tempio, si dice che essi furono ispirati da Dio.

Sapete quale termine ebraico si usa?

«Navì», lo stesso termine che viene usato per i profeti e i musicisti che sono attraversati dallo stesso spirito di Dio.

Ecco perché parlare di arte e di fede non è parlare di due realtà estranee tra loro.

Purtroppo come ben sappiamo si è consumato un divorzio.

Arte e fede oggi non camminano più insieme, ed è per questo che dobbiamo batterci per ritrovare ancora, come accade in tutti gli angoli della vostra città, questa armonia che è benefica e preziosa per l’arte, perché non abbia a perdersi nel vago e nel banale, ma ritrovi ancora le grandi narrazioni e i grandi simboli.

Proprio come recita il salmo 47 della Bibbia: «In modo bello cantate Dio con arte».

La mia riflessione vuol partire da un simbolo.

Un simbolo che desumo da una frase dell’allora cardinale Ratzinger, in un suo articolo sulla fede e l’arte, in cui scriveva: «La bellezza ferisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo». 

Dunque la bellezza, l’arte come ferita, e noi vedremo che anche la fede è ferita.

 

Allora cominciamo prima di tutto con questo tema: la ferita che fa sanguinare e tormenta.

 Qual è la grande malattia del nostro tempo?

 Non è la cattiveria estrema.

Che cosa c’è oggi di più grave?

Non quindi questa cattiveria, ma piuttosto l’indifferenza la superficialità, la banalità.

 C’è uno scrittore francese cattolico, che in un suo romanzo, «L’Imposteur», «L’Impostura», racconta la storia di un prete che perde la fede e diventa ateo.

Ebbene, egli diceva: «C’è una differenza fondamentale tra il vuoto e l’assenza.

Il vuoto è il nulla, l’inconsistenza, l’assenza, non è un nulla».

 Un grande pittore che era Georges Braque, amico di Picasso, diceva questa frase, non è del tutto vera però ha un suo significato: «L’arte è fatta per turbare la scienza.

Oggi siamo figli della tecnica.

La tecnica ti deve risolvere, ti risolve tutti i problemi, non ti fa mai porre le grandi domande».

 Noi, invece, abbiamo bisogno di ritornare ancora alla grandezza; a porci delle domande.

 

Possiamo farlo proprio con l’arte.

E per arte intendo non soltanto le arti figurative, ma le sue mille manifestazioni che vanno dalla letteratura, alla musica, al cinema.

Abbiamo bisogno di ritrovare questa inquietudine.

Citando la frase di uno scrittore americano profondamente anticristiano, Harry Miller, che a un certo momento della sua vita scrive un libro intitolato «La saggezza del cuore».

 «L’arte – scrive Miller – come la fede, non serve a nulla; tranne che a darti il senso della vita».

 Se andiamo a cercare il cibo non abbiamo bisogno dell’arte.

Così come della poesia.

A che cosa serve la poesia?

Perché abbiamo bisogno di questa inquietudine in un tempo così superficiale e immorale?

Quando siete davanti ad un’opera d’arte essa non si spiega in verità, devi riuscire a stabilire un legame di stupore e di contemplazione; come accadde per la fede.

 C’era un poeta, Ezra Pound, che diceva: «Ma si spiega forse il fascino di un vento d’aprile?

Si spiega forse la bellezza luminosa di un pensiero di Platone?

Si spiega forse la bellezza improvvisa che ti appare di un volto femminile. Non hanno spiegazioni tu li scopri all’improvviso.

 

Avv. Calogero Antonio Pennica

 

 

 

Lezione del notaio Salvatore Abbruscato su Dante

Come la musica , l’architettura, la pittura, e le altre manifestazioni artistiche , anche la poesia celebra la divinità e ciò è possibile perché dalla fede , che si alimenta nell’artista, scaturisce la divina scintilla che dà origine alla creazione dell’opera letteraria. La storia è piena di poeti credenti, e sicuramente Dante Alighieri è stato il poeta più cristiano di tutto l’occidente e la Divina Commedia non è soltanto la più importante testimonianza letteraria della civiltà medievale e una delle più grandi se non la più grande opera di tutta la letteratura universale, ma è una grande opera ispirata da Dio e che celebra la Sua potenza; l’inizio del primo canto del Paradiso è una prima luce che manifesta tale verità “ La gloria di colui che tutto move/ per l’universo penetra e risplende/ in un parte più e meno altrove.”  Ciò significa che tutto ciò che esiste nell’universo è la manifestazione della gloria e della potenza del creatore. Dante stesso mostra consapevolezza di tale legame tra lui e Dio, quando nel canto XXV scrive “ Se mai continga che il poena sacro/ a cui ha posta mano e cielo e terra/ si chè m’ha fatto per più anni macro/” . Dio è presente in tutta la Divina Commedia, già nel primo canto Virgilio si giustifica di non potere accompagnare in Paradiso il suo protetto perché “ Quell’imperator che lassù regna/ per cui fui ribellante a la sua legge/ non vuol che a la sua città per me si vegna/ In tutte parti impera e qui regge/ quivi e la sua città e l’alto seggio/ oh felice colui cui ivi elegge.” Nel canto terzo si proclama la eternità di Dio “ Dinanzi a me non fuor cose create/ se non etterne ed io etterna duro/lasciate ogne speranza voi che entrate/". 

 La Trinità viene definita " La Divina Potestate, la Somma Sapienza e il Primo Amore". Nel primo canto del Paradiso leggiamo “ Le cose tutte quante/ hanno ordine tra loro, e questo è forma/che l’Universo a Dio fa somigliante./.L’universo è governato da un ordine e questo ordine proviene da Dio ed è a lui somigliante, questa è una grande verità teologica. E quando Dante vede nel cielo una luce abbagliante dice “ Da quel punto dipende il clielo e tutta la natura”. Gesù Cristo nel canto XXII così viene descritto “ Quivi è la sapienza e la possanza/ che aprì le strade tra il cielo e la terra,/onde fu si lunga disianza/.”Solo un credente poteva scrivere tali parole. 

La fede ha tre caratteristiche, è un atto collettivo,non è cieca,non è fanatismo, è libera, non viene imposta è soprannaturale perché è un dono di Dio. Dante dedica un intero canto alla fede( il XXIV) e , nell’incalzante dialogo tra lui e l’apostolo Pietro, definisce il concetto di fede, il suo fondamento e conclude, richiesto espressamente dall’apostolo, con la professione di fede. Che cos’è la fede per Dante? Rifacendosi alla lettera di San paolo agli Ebrei, esprime questo concetto “ Fede è sustanza di cose sperante/e argomento de le non parventi/”. Le cose sperate sono l’esistenza di Dio e la vita eterna e tutte le altre verità che ne derivano . La fede costituisce la loro essenza e dà ad esse esistenza ed allo stesso tempo è argomento cioè prova convincente. 

Ma qual è il fondamento della fede, cioè come nasce nell’uomo? Ecco la risposta del poeta-credente “.......... La larga ploia/ dello Spirito Santo, che è diffusa/ in su le vecchie e in su le nuove cuoia,/è silogismo che la m’ha conchiusa/ acutamente sì, che ‘verso d’ella/ogne dimostrazion mi pare ottusa/”. La fede quindi nasce dalla rivelazione divina che riceviamo dalla sacra scrittura, dal vecchio e nuovo testamento. 

Questa verità sarà proclamata più avanti nella professione della fede che il poeta farà in forma solenne.” O santo padre, spirito che vedi/ ciò che credesti sì,che tu vincesti/ ver lo sepulcro più giovani piedi/> comincia’io < tu vuoi ch’io manifesti/ la forma qui del pronto creder mio,/e anche la cagion di lui chiedesti./ E io rispondo < Io credo in uno Dio/ solo e etterno, che tutto il ciel move,/non moto,con amore e con disio;/ e a tal credere non ho io pur prove/ fisice e metafisice, ma dalmi/ anche la verità che quinci piove/ per Moisè, per profeti e per salmi,/per l’Evangelio e per voi che scriveste/poi che l’ardente Spirto vi fè almi;/ e credo in tre persone etterne e queste/ credo una essenza sì una e sì trina,/ che soffera congiunto sono ed “ este”./ 

Dante sostiene che la fede non è nata in lui solo attraverso le prove fisiche e metafisiche ( le 5 prove teologiche di San Tommaso che in parte si riporta alle conclusioni filosofiche di  Aristotile) che ritiene secondarie non determinanti, ma attraverso la lettura dei libri biblici del vecchio testamento e del Nuovo Testamento,  i 4 Vangeli, gli scritti degli apostoli ( Atti, Epistole, Apocalisse). 

Il poeta sostiene con forza che solo con la fede possiamo arrivare a Dio e non con la sola ragione. Nel canto terzo del Purgatorio tale verità è così proclamata “ Matto è chi spera che nostra ragione/  possa percorrer la infinita via/ che tiene una sustanza in tre persone./ State attenti umana gente al quia;/ chè,  se potuto aveste veder tutto,/mestier non era parturir Maria;/ e  disiar vedeste sanza frutto/ tai che loro disìo sarebbe quetato/ ch’etternalmente è dato loro per lutto/ io dico d’Aristotile e di Plato/ e di molt’altri> e qui chinò la fronte,/e più non disse e rimase turbato./

Alla fine del suo viaggio ultraterreno Dante incontra Dio, lo scopo del suo viaggio, raffigurato come una luce eterna dentro la quale vede un volume che racchiude tutte le cose dell’universo

 Oh abbondante grazia ond’io presunsi/ ficcar lo viso per la luce etterna,/tanto che la veduta vi consunsi!/ Nel suo profondo vidi che s’interna,/legato con amore in un volume,/ciò che per l’universo si squaderna: sustanze ed accidenti e lor costume/ quasi conflati insieme per tal modo/che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. XXXIII 82-90

Il Poeta continuava a mirare quella luce con più ardore e più desiderio, ed è difficile, dirà più appresso, distogliere la vista da essa.

Così la mente mia tutta sospesa,/ mirava fissa, immobile e attenta,/ e sempre di mirar facevasi accesa. 97-99

All’interno dell’essenza divina Dante vide tre cerchi di tre colori diversi e della stessa dimensione; ognuno si rifletteva nell’altro così come l’arcobaleno genera il secondo arcobaleno, ed entrambi i cerchi parevano ispirati dal terzo che era fuoco, cioè puro amore. Il riflettersi dei cerchi come arcobaleni sta a significare la stretta correlazione che esiste nella trinità, delle tre persone uguali: Padre,Figlio e Spirito Santo.

Nella profonda e chiara sussistenza/ dell’alto lume, parvermi tre giri/di tre colori e d’una contenenza/ e l’uno da l’altro come iri da iri/parea reflesso, e il terzo parea foco/che quinci e quindi igualmente s’ispiri.XXXIII 115-120

Il poeta esplode in una appassionata descrizione della trinità, una sustanza sì una e sì trina.

Oh eterna luce che risiedi in te stessa, cioè non derivi da nessun’altra realtà, e tu sola intendi te stessa e da te sei intesa”; è l’atto con cui il Padre genera il figlio e a sua volta il figlio intende il Padre; questo indica il mutuo rapporto di conoscenza e derivazione del Padre e del Figlio,uniti dallo Spirito Santo, puro amore.

Oh luce etterna che sola in te sidi,/sola t’intendi, e da te intelletta/ e intendente te ami e arridi!/ 124-126

Continua lo stupore del Poeta che nell’interno della luce divina intravide la effige dell’uomo volendo così  rappresentare il mistero dell’incarnazione di Cristo. “Il secondo cerchio, che mi apparve come il riflesso del primo, guardato alquanto dai miei occhi,mi parve di vedere dentro di esso come riflessa la nostra immagine e così il mio viso si concentrò tutto su di essa .”

Quella circulazion che sì concetta/pareva in te come lume reflessso,/ da li occhi miei alquanto circunspetta,/dentro da sé, del suo colore stesso,/ mi parve pinta della nostra effige/ perché ‘l mio viso in lei tutto era messo.127-132

Il momento è altissimo e Dante non riuscì a capire come sia possibile che l’immagine dell’uomo apparisse dentro il cerchio, plasmata dal suo stesso colore, ma non era possibile darne la spiegazione ” ma non erano da ciò le proprie penne” ; ed improvvisamente la sua mente fu percossa da una luce abbagliante “ da un fulgore”  che attrasse tutta la sua attenzione; qui finisce il ricordo di quello che vide e venne a mancare al poeta la potenza “ la possa” per descriverlo e ormai la sua volontà e il suo desiderio erano nel pieno possesso di quello “ amor che muove il sole e l’altre stelle”.

All’alta fantasia qui mancò possa,/ma già volgeva il mio disio e il velle,/sì come rota ch’igualmente è mossa,/l’amor  che move il sole e l’altre stelle.”142-145

La Divina Commedia è attuale perché descrive il cammino che deve fare ogni uomo dalle tenebre del peccato in cui giace  alle lacrime della penitenza purificatrice e,così  purgato da ogni peccato , con la preghiera e la conoscenza della Bibbia, illuminato dalla fede,  arrivare fino a DIO , Fonte della luce,dell'amore e della dolcezza.                                  

 E per concludere mi piace leggere un brano della lettera apostolica scritta da Paolo VI in onore e gloria di Dante nel 1965 , settecento anni dalla sua nascita.

.( Papa Paolo VI,  Litterae Apostolicae Motu proprio datae "Altissimi cantus" septimo exeunte saeculo a Dantis Aligherii ortu , in Acta Apostolicae Sedis. Commentarium officiale , anno e vol. LVIII, 1966, Città del Vaticano, pp. 22-37. Titolo, titoli intermedi e traduzione redazionali.)"Il signore dell'altissimo canto": Dante Alighieri

  • Certamente il poema di Dante Alighieri è universale: nella sua immensa larghezza abbraccia cielo e terra, eternità e tempo, i misteri di Dio e le vicende degli uomini, la dottrina sacra e le discipline profane, la scienza attinta alla divina Rivelazione e quella attinta dal lume della ragione, quanto egli aveva conosciuto per esperienza diretta e le memorie della storia, l'età in cui visse, e le antichità greche e romane; insomma, costituisce evidentemente il monumento più rappresentativo del Medioevo. E se si osserverà la sua forma e il suo contenuto, vi si vedranno certamente i frutti della sapienza degli orientali, del lógosdei greci, della civiltà dei romani, e vi si vedranno raccolte in sintesi le ricchezze del dogma della religione cristiana e dei precetti della legge, soprattutto così come furono elaborati dai dottori.

 

Salvatore Abbruscato

 


 

Poesia dell’ artista Mario Rizzo

“Lu Cristu nCruci”

Scinnièru lù Cristu di la Crùci.

Lù sàngu di li feriti hè ancora friscu.

So’ Matri, senza forza,lù tèni mbràzza,

pi’ l’urtima vota.

Anchi sapiènnu ca’ hèra lu so’ distinu,

lu chjianci, còmu chjiàncinu tutti li matri.

“Chjiantàtili a mìa tutti sti’ chjiòva,

ni’ lu ma’ corpu, nì lu mà cori,tutti sti’ spini”.

“Eloì, Eloì, lemà sabactàni ?”

Lu populu, saziu,torna ni’ li casi.

Tuttu, ormai finì.

Lu cèlu si fa niuru,

còmu lu còri di cù cì dètti là cunnànna.

Scinni la Vàra mprùcissiòni,

a passu d’àngunìa sonanu li campani.

Si lassa a li spaddri lu Carvariu,

ora jintra ogni casa c’è na’ Cruci.

Passanu trì jiòrna, si’ rapinu li cèli.

Si cunghjiùi l’etèrnu mistèru,

tòrna la vita.

Sia fatta la volonta’ di Diu Pàtri.

 

Mario Rizzo

 


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