Il celebre scrittore tedesco Hermann Hesse, nella sua opera Klein e Wagner uscita nel 1920, scrisse: «Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio». A cosa allude Hesse con queste singolari parole? E soprattutto: se gli artisti nelle loro opere parlano molto spesso di spiritualità, allora dovremmo ammettere che l’arte è un mezzo concreto per rendere visibili i segni di Dio? La risposta è certamente affermativa. Ma c’è di più! L’arte in questa accezione rende manifesto l’assenso del credere del credente captando i segnali enigmatici del Cielo e traducendoli in parole, immagini, colori e forme. Il genio artistico, quindi, decripta i doni della Provvidenza schiudendo i profondi e insondabili misteri divini.

Papa Paolo VI, canonizzato il 14/10/2018 con una solenne cerimonia in piazza San Pietro, aveva intuito il grande valore dell’arte come fonte di comprensione dell’Assoluto e, non da meno, come veicolo privilegiato per attutire i colpi di una civiltà che stava scivolando verso l’empietà. Con l’imponente «Collezione d’Arte Religiosa Moderna» (circa 250 artisti provenienti da ogni parte del mondo per un totale di 700 opere distribuite in più di 50 sale), inaugurata nell’estate del 1973 da papa Montini, egli aveva incarnato, attraverso il profondo e indissolubile nesso che lega arte e fede, la via pulchritudinis, ossia la via della bellezza che riproduce la bellezza di Dio e del creato. In questa accezione l’arte è di supporto alla filosofia: mentre quest’ultima indaga Dio dal punto di vista della verità, l’arte, invece, portando a compimento la speculazione filosofica, si focalizza su come rendere manifesto Dio attraverso l’idea del bello.

Prima di Paolo VI, anche molti partecipanti del Vaticano II, lanciarono un messaggio profondo agli artisti: «Il mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani» Lo stesso San Giovanni Paolo II, il 4 aprile 1999, giorno di Pasqua, nella sua Lettera agli artisti, scrisse: «La vostra arte contribuisca all’affermarsi di una bellezza autentica che, quasi riverbero dello Spirito di Dio, trasfiguri la materia, aprendo gli animi al senso dell’eterno».

 Anche Benedetto XVI, dieci dopo il discorso pasquale di papa Wojtyla e sulla scia di Paolo VI, convocò 300 artisti di ogni tipologia provenienti da tutto il mondo, pronunciandosi sull’importanza dell’arte nel rinsaldare la fede dei credenti: «ricordare che la storia dell’umanità è movimento ed ascensione, è inesausta tensione verso la pienezza, verso la felicità ultima, verso un orizzonte che sempre eccede il presente mentre lo attraversa». Infine, anche papa Francesco con la sua Evangelii Gaudium, uscita nel 2013, si è accostato allo spirito artistico montiniano esaltando «l’uso delle arti nella stessa opera evangelizzatrice, in continuità con la ricchezza del passato, ma anche nella vastità delle sue molteplici espressioni attuali, al fine di trasmettere la fede in un nuovo linguaggio parabolico».

Scrive la professoressa Maria Franca Tricarico: «L’opera d’arte, quindi, nella fattispecie quella cristiana, è un testo che riunisce vari eventi e li rappresenta insieme per richiamare, con la forza della sintesi, il significato e il valore di un fatto salvifico. Il messaggio di questa comunicazione continua, lungo i secoli, ad essere potenzialmente leggibile, comprensibile, interpretabile da ogni destinatario, continua ad essere una potente forma espressivo-comunicativa dei contenuti della religione».

 

Gabriele Russo

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