Il 25.02.2019, presso l’auditorium della Cappella “Sapienza” dell’omonima università di Roma, si è svolto un interessantissimo dialogo tra Hiroshi Ishiguro, membro della “Human Robot Symbiote” e creatore del robot umanoide “Geminoid” e lo studioso Paolo Benanti, teologo francescano (Terzo ordine regolare di San Francesco) e docente di teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana nonché profondo conoscitore di neuroetica, etica delle tecnologie, intelligenza artificiale e post-umano, tanto per citarne alcune. L’evento, organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita, chiude la sessione del workshop “Robo – Ethics. Humans, machines and health” promosso dalla PAV il 24 e 25 febbraio in Vaticano.

All’importante incontro ha partecipato anche l’associazione di promozione delle Arti “Tota Pulchra”, da sempre affascinata dalla cultura di un mondo ricco di valori e tradizioni preziose ma, allo stesso tempo, dall’avanguardia con le sue innovazioni.

Perché surrogare funzioni e attività umane attraverso l’ausilio di umanoidi cibernetici, o più precisamente, cyborg? E’ questa la tesi di fondo emersa da questo affascinante dialogo tra questi due eminenti scienziati del panorama internazionale. La macchina, a detta del prof. Ishiguro ha un grado di efficienza maggiore rispetto a un corpo umano, per cui verrebbe da supporre che gli umanoidi, in quanto strutture cibernetiche straordinariamente efficaci, potrebbero sostituirci in molte attività faticose e inutili.

Se dessimo vita a questo scenario ci troveremmo a dover rispondere a un altro quesito di rilevanza etica: cosa vuol dire essere uomini? Cosa è la presenza umana? Delegando i nostri compiti a entità artificiali cambierebbe, di fatto, il modo di intenderci uomini. Tali artefatti cambierebbero la concezione sulla nostra identità: chi, in tal senso, avrebbe l’identità? L’androide o l’umano?

 Nel giro di qualche secolo, come giustamente ha ribadito il prof. Benanti, siamo passati dal microscopio (analisi dell’infinitamente piccolo) al macroscopio (realtà concepita come correlazione di dati, ossia come algoritmi). Oggi, attraverso la creazione di queste macchine, non stiamo facendo altro che interpretare le parti umane come algoritmi, ossia come un qualsiasi schema o procedimento sistematico di calcolo che porta a decodificare e programmare le singole azioni umane.

O ancora: è possibile riprodurre l’intelligenza umana? In Giappone, così come in altri paesi pionieri della robotica, si sta cercando di riprodurre l’intelligenza umana attraverso studi approfonditi sulle funzioni metacognitive per realizzare un robot il più possibile simile agli umani. Per essere simile a noi un robot dovrebbero essere provvisto di coscienza. Ma come si fa a decodificare la coscienza e, soprattutto, anche se riuscissimo a decodificarla, come potremmo trasferirla a una macchina? Sfide avvincenti che pongono con veemenza anche questioni di rilevanza etica e morale. Il futuro è alle porte: vale la pena davvero correre questo rischio? Lo scenario apocalittico ipotizzato soprattutto con il film “Terminator”, non potrebbe essere uno scenario veramente plausibile?

 

 

Gabriele Russo

 

 

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