Nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio, dove la storia di Roma sembra ancora respirare tra le pareti, ieri non si è parlato soltanto di dolore. Si è parlato di ciò che accade quando il dolore trova una voce, quando una fragilità smette di restare chiusa in silenzio e diventa racconto, gesto, presenza, possibilità.

L’evento promosso da Forza e Bellezza, realtà guidata da Marina Aragona, ha avuto il passo delle cose necessarie. Non una semplice conferenza, non una passerella di interventi, ma un incontro umano, attraversato da parole forti, sincere, capaci di ricordare che dietro ogni difficoltà può esistere una forma nuova di valore. Il titolo stesso, “Dal dolore al valore”, non era uno slogan. Era una direzione. Un invito a non lasciare che le ferite diventino solo peso, ma a trasformarle, quando possibile, in testimonianza, creatività, cura, responsabilità verso gli altri.

Marina Aragona ha dato a questa giornata il tono più profondo: quello di chi conosce il valore della bellezza non come ornamento, ma come forza che rialza. Nelle sue parole si è sentita la volontà di costruire ponti tra esperienze diverse, di accogliere storie spesso rimaste ai margini, di dare dignità a chi ha attraversato un passaggio difficile e ha trovato il coraggio di non farsi definire solo da quello. La bellezza, nel pensiero di Forza e Bellezza, non cancella il dolore: lo attraversa, lo accompagna, gli dà una forma più alta.

Accanto a lei, l’intervento di Dario Nanni ha restituito il valore istituzionale e civile di un luogo come il Campidoglio. Perché quando una storia personale entra in una sala pubblica, quando una fragilità viene ascoltata da una comunità, allora non riguarda più soltanto chi l’ha vissuta. Diventa patrimonio collettivo. Diventa una domanda rivolta alla società: siamo ancora capaci di vedere davvero le persone, prima delle etichette, prima delle difficoltà, prima dei giudizi?

Anche Roberta Gisotti ha portato una voce intensa, capace di tenere insieme comunicazione, sensibilità e impegno. Il suo contributo ha ricordato quanto sia importante raccontare queste storie non con pietismo, ma con rispetto. Non per esporre il dolore, ma per riconoscere il cammino di chi ha saputo trasformarlo in qualcosa che parla anche agli altri.

Significativa anche la presenza di Dino Agelaggio, esperto di accessibilità del Ministero per le Disabilità, che ha richiamato l’attenzione su un tema decisivo: l’accessibilità non è soltanto una questione tecnica, normativa o strutturale. È una cultura. È il modo in cui una società decide di aprire o chiudere le porte. È la differenza tra includere davvero e limitarsi a dichiarare l’inclusione. Parlare di valore significa anche questo: costruire spazi in cui ogni persona possa esserci, partecipare, sentirsi riconosciuta.

Ma tra le tante voci, una presenza ha attraversato la sala con una forza speciale. Una forza piccola solo all’apparenza, perché aveva dieci anni, veniva da Cattolica, dalla provincia di Rimini, ed era arrivata nella grande Roma, nel cuore del Campidoglio, con un libro tra le mani e una storia da consegnare.

Quella presenza era Brenno Scattolari.

Brenno non è arrivato da solo. Accanto a lui c’era suo papà, Tommaso Scattolari, compagno di viaggio in un giorno che certamente resterà nella memoria di entrambi. Un padre e un figlio, partiti dalla Riviera romagnola per raggiungere una delle sale più importanti della Capitale. Un bambino di dieci anni davanti a un pubblico adulto, istituzionale, autorevole. Eppure, in quel momento, la grandezza non era nelle pareti della sala, ma nel coraggio semplice con cui Brenno ha portato la sua storia.

Il suo libro si intitola “Brenno e il custode degli squali”. È il suo primo libro. Lo ha scritto a dieci anni, in un momento privato e difficile della sua vita, trovando nella scrittura una strada per dare forma a ciò che forse non era facile dire in altro modo. Dentro quelle pagine c’è il suo amore per gli squali, per il mare, per l’ambiente marino. Ma c’è anche qualcosa di più profondo: il tentativo, tenero e potentissimo, di trasformare una difficoltà in immaginazione, una ferita in avventura, un momento complesso in un messaggio.

Gli squali, spesso raccontati come creature da temere, nello sguardo di Brenno diventano altro. Diventano simboli da comprendere, proteggere, amare. Diventano custodi di un mondo sommerso che l’uomo troppo spesso guarda con paura o indifferenza. E forse proprio qui si nasconde la bellezza più grande del suo racconto: un bambino che, mentre attraversa una difficoltà personale, sceglie di guardare non verso il buio, ma verso il mare. Verso la vita che si muove in profondità. Verso creature incomprese, proprio come a volte possono sentirsi incomprese le persone nei loro momenti più fragili.

In una giornata dedicata al passaggio dal dolore al valore, Brenno ha incarnato quel messaggio con una purezza rara. Non lo ha spiegato con grandi teorie. Lo ha portato con sé. Lo ha mostrato nella sua presenza, nel suo libro, nella sua capacità di trasformare un momento difficile in una creazione. Perché quando un bambino scrive, non scrive mai soltanto una storia. Scrive il modo in cui prova a capire il mondo. Scrive ciò che gli adulti, spesso, non riescono più a dire con semplicità.

Vederlo nella Sala Giulio Cesare significava assistere a qualcosa di profondamente umano: un bambino che porta il suo mare dentro la pietra antica di Roma. Un bambino che arriva dalla costa, con il suo amore per gli squali, e si trova a raccontare che anche ciò che fa paura può essere conosciuto, anche ciò che è fragile può diventare forza, anche ciò che nasce in un momento difficile può trasformarsi in una pagina capace di parlare agli altri.

Il valore dell’evento è stato anche questo: mettere insieme mondi diversi. Le istituzioni e le associazioni. Gli adulti e i bambini. Il dolore e la creatività. La parola pubblica e la storia privata. Il Campidoglio e il mare di Cattolica. La voce di Marina Aragona e quella, silenziosamente potentissima, di Brenno.

In fondo, “Dal dolore al valore” ha trovato in lui una delle sue immagini più limpide. Perché Brenno non ha portato soltanto un libro. Ha portato una testimonianza. Ha ricordato a tutti che il talento non ha età quando nasce da qualcosa di vero. Che la scrittura può diventare rifugio, cura, ponte. Che un bambino può insegnare agli adulti un modo diverso di guardare la paura.

E forse, nella grande sala del Campidoglio, tra parole importanti e presenze autorevoli, il messaggio più delicato è arrivato proprio da lì: da un libro nato nel cuore di un bambino, da un amore per gli squali, da un padre che lo ha accompagnato, da una strada percorsa insieme fino a Roma.

Perché certe storie non chiedono soltanto di essere ascoltate. Chiedono di essere custodite. E quella di Brenno Scattolari, ieri, è stata una di quelle storie che restano.

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