Pietre, rocce, sassi, alberi, sono gli infiniti purissimi frammenti del bello. Dall’antichità ai nostri giorni, filosofi, storici dell’arte, poeti, pittori, scultori, artisti, hanno raccontato il proprio stupore, l’incantamento di fronte all’universo della bellezza naturale. Marguerite Yourcenar rinviene una parva poetica degli elementi, tesa a decifrare i segni misteriosi nascosti nell’aria, nell’acqua, nella luce, nei colori, negli alberi; e se il colore è l’espressione di una virtù nascosta, un triangolo nudo che punta verso l’alto è il segno ermetico dell’aria;   così infatti osserva la scrittrice: “nei giorni di quiete, la piramide dell’albero si sostiene nell’aria in perfetto equilibrio. Nei giorni di vento i rami agitati accentuano l’inizio di un volo”. E tra suggestioni cosmologiche e arcaiche presenze naturalistiche, Marisa Zattini muove tra “arte povera” e “arte concettuale” e anche “land art” installazioni cariche di fenomenologia dei segni, mirabili artifici della natura rerum, una filosofia della natura tesa a indagare e a decifrare l’enigma delle geometrie, dei disegni, dei giochi luminosi; persino il taglio dell’albero, del tronco, nella sua ostensione lamellare su cui è poi incisa a fuoco la lettera dell’alfabeto ebraico, si mostra come mondo delle cose sensibili, oggetto di straordinaria bellezza e rara intensità poetica. Nel cammino della conoscenza intersoggettiva e concettuale, ed anche generale e astratta, si avvia quella che hegelianamente parlando chiamiamo “la prosa del mondo”. L’uso della parola e la sua composizione alfabetica, muovono invocazione e preghiera, attraverso formule rimico-musicali, ove la natura del ritmo è sia memoriale che magica, ed anche l’alfabeto ebraico partecipa di quest’aura che investe la parola, in quanto la scrittura alfabetica ha favorito la nascita della filosofia e della scienza. La nostra epoca è decisamente postmoderna, anzi epoca di postmodernità avanzata, visto che molti filosofi ed esteti già parlano di nuovi orizzonti che purtroppo sono ancora non vivibili…Tornando al nostro tema e per significare il titolo della mostra di   Marisa Zattini voglio citare una frase di Rabindranath Tagore: “gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto”. L’albero, il mondo naturale, il “de rerum natura” di Lucrezio si definiscono in un mondo ricreato attraverso la pittura, la scultura e ogni altra forma, utilizzando quel linguaggio universale, presente nel cuore e nella mente. L’albero è fonte di vita, simbolo della natura in movimento, sale al cielo, e nella forma verticale accende l’idea di cosmo vivente, mette in relazione i tre livelli naturalistici, ossia le radici, il tronco e i rami con le foglie che fanno la chioma. Le radici affondano nel sottosuolo, sono nascita e sostegno vitale, il tronco esprime fermezza e robustezza, i rami con le ramificazioni geometriche muovono essenza e potenza. I quattro elementi del mondo vivono nell’albero, l’acqua che fluisce con la linfa, la terra che trattiene le radici, l’aria che nutre e alimenta le foglie, il fuoco che si sprigiona dalla materia lignea. Testi sacri e mitologie ci parlano di alberi, dall’albero dell’Eden all’albero della vita, dall’albero genealogico all’albero degli ulivi che attorniavano Cristo nell’orto del Getsemani, dall’Albero della Croce agli alberi cedri del Libano, dall’Albero dell’Arca di Noè all’Albero del sapere, dall’Albero del bene e del male all’Albero dei simboli, dall’albero dei pomi d’oro nel giardino delle Esperidi all’albero sefirotico della Cabala, senza dimenticare che Platone osservava che l’uomo stesso è “arbor inversa” e cioè le radici sono i capelli, i rami le braccia, poiché è piantato nei cieli. L’albero nasce cresce e muore. Nell’arte moderna l’albero è fonte iconografica dalle forme plurime, dall’albero di Van Gogh all’albero della vita di Klimt, dalle stilizzazioni di Klee a Mondrian con l’albero rosso; certo numerosi sono stati gli artisti del contemporaneo a rappresentare l’albero. Oggi è la volta di Marisa Zattini dopo l’affondo nello spirito dell’arte povera degli anni Settanta, nella cerchia che coinvolse Boetti, Fabro, Kounellis, Paolini e Pascali, Prini, Ceroli e Merz, Piacentino, Pistoletto e Zorio...Alberi, alfabeti, configurazioni, altari del mondo, l’idea del frammento legata a spazio e tempo, la bellezza velata, svelamento della luce e delle ombre, profondità di simboli e parole, luoghi e naufragi, ascesa e declino, linguaggi radicali sospesi fra musica e silenzi, poesia e verità, tutto irrompe in questo suo percorso che da anni la motiva; Marisa Zattini sembra condurci verso una “terra promessa”.

Carlo Franza

 

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